I piani cambiano, la primavera ritarda, faccio conoscenza con un nuovo amico.

Quanto sono odiosi i cliché, specialmente quando te li ritrovi davanti allo specchio.

Avevo cominciato a scrivere il romanzo che mi stava frullando in testa da qualche tempo, avevo iniziato a scoprire i personaggi, scritto un pò di ambientazione e delineato approssimativamente il sistema magico.

La parte che scorreva più velocemente era la trama, ero riuscito a scrivere un paio di bozze di trama, una più convincente dell’altra, mi stavo appassionando alla storia. Anche il sistema magico era ganzo e tutto sommato mi ero convinto che ne potesse venire fuori un buon libro.

Nel giro di una settimana, lavorando non più di due ore al giorno nei ritagli di tempo, avevo quasi tutta la struttura e un paio di scene già scritte.

Sapevo cosa fare per continuare ma mi sono fermato.

Inizialmente mi sono detto che ero troppo stanco per via del lavoro, poi ho dato la colpa al tempo. Cazzo fa freddo e grandina a fine marzo! Impossibile scrivere!

Perché ovviamente la scrittura è un’attività che può essere fatta esclusivamente con temperature miti e la primavera alla finestra.

Dopo qualche settimana di buio mi sono dovuto guardare allo specchio con sincerità e ammettere “Tu non hai voglia di scrivere quella storia”.

Il processo era stato seguito con precisione accademica, risultato di ore e ore passate a studiare come si scrive narrativa nei corsi universitari statunitensi. Mi considero formato, pieno di attrezzi da usare per progettare, montare e imballare le storie che voglio scrivere e pubblicare.

Mi ero quasi convinto, ad un certo punto, che la paura di fallire e non la capacità di fare, mi stesse bloccando. Ma la paura mi accompagna da sempre quando intraprendo nuove strade, una paura sana e che conosco molto bene. No, non era paura.

Stavo mentendo a me stesso.

Era successa una cosa ancor più dolorosa della paura che ti attanaglia, non avevo proprio voglia di scrivere quella storia su cui avevo rimuginato per ore e ore, quella storia che avevo abbozzato, di cui avevo scritto personaggi e scene, quella storia che mi stava accompagnando da mesi.

Non la volevo lasciare perché mi ci ero affezionato ma anche perché non volevo ammettere a me stesso che non avrei fatto fruttare tutto quell’investimento di tempo ed energia mentale.

Più mi sforzavo di continuare e più mi bloccavo e trovavo scuse.

La grandine, il freddo.

Un bel giorno un giovane storico mi è venuto a trovare. Mi ha raccontato di come passava le sue giornate a studiare gli antichi testi e del perché si fosse ritrovato in quella situazione assurda, e che non sapeva assolutamente cosa fare.

Allora decisi d’intervistarlo, e passai ore e ore ad ascoltarlo, mi raccontò della sua infanzia e della sua adolescenza, di cosa aveva fatto e di quell’ombra che da qualche tempo lo seguiva costantemente.

Mi raccontò delle sue terre, dell’impero in cui viveva, della sua famiglia e dei suoi desideri.

Eraco nasce a Caldonisa nel 593 post-impero, in una famiglia di antiche tradizioni militari, ed è il quarto di cinque figli e figlie.

da “La rinascita della magia”

Eraco mi è venuto a trovare e improvvisamente la primavera è tornata nel giardino, i fiori sbocciano e le foglie si stiracchiano fuori dalle gemme sugli alberi, i bombi ronzano incessanti fuori dalla finestra quando presto al mattino faccio battere la tastiera.

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