Immigrati con benefici

Sono nato in un Paese ricco, moderno e democratico, circondato dall’amore e dall’affetto di amici e della famiglia, non ho mai patito la fame né ho esperienza diretta di guerra, anche se l’ho vissuta indirettamente tramite mio padre.

La mia barra dei bisogni era piuttosto alta, i bisogni primari e molti bisogni secondari erano soddisfatti, ma sentivo dentro di me un desiderio di avere di più, di ottenere di più, di cambiare.

Sono sempre stato piuttosto a mio agio con il cambiamento, egotisticamente, nel profondo, ho sempre suddiviso le persone fra coloro che vivono una sola vita e coloro che ne vivono molte. Io, ovviamente, mi sento parte del secondo gruppo, e ne sono orgoglioso. Cambiare vita completamente, distruggere e ricostruire i propri valori, estremizzare comportamenti e stili di vita, sono cose che ho fatto con naturalezza e talvolta, caparbietà. Fortunatamente ho sempre avuto pali stabili e piantati in profondità, che mi hanno permesso di non andare alla deriva. Cambiare è sempre un trauma, da cavalcare con fierezza o da affrontare con timore, a me ha sempre dato sensazioni positive, anche nelle difficoltà.

E negli ultimi anni di permanenza in Italia cambiavo continuamente alla ricerca di qualcosa che non riuscivo a trovare. La mia barra era alta, il mio ego mi schiaffeggiava giornalmente per spronarmi a raggiungere quei desideri, forse futili ma irrimediabilmente necessari al mio Io di allora.

Un lavoro che mi gratificasse, un’indipendenza ottenuta esclusivamente dalle mie capacità, una libertà dai costumi per me obsoleti e incongruenti che la società italiana impone. Infine una liberazione da una politica e da un’idea di società che al tempo era maggioranza assoluta e schiacciante del Paese.

Quando ripenso a quelle motivazioni che mi spinsero al più grande cambiamento fatto finora nella mia vita, cioè andare a vivere nei Paesi Bassi, non posso fare a meno di pensare alle migliaia di persone che quasi ogni giorno rischiano la vita per imbarcarsi od incamminarsi verso un futuro diverso, migliore.

Arrivato nei Paesi Bassi pensavo di essere un immigrato. Decisamente un immigrato fortunato perché grazie all’Unione Europea era mio diritto spostarmi liberamente in un altro Paese dell’Unione, fortunato perché non avrei avuto bisogno di un permesso per immigrare nel Paese in cui avevo deciso di aprire un nuovo capitolo della mia vita, ma pur sempre un immigrato.

Non parlavo la lingua del posto, anche il mio inglese non era granché, allenato per mesi a suon di TV show in lingua originale e sottotitoli ma mai davvero provato sul campo. Non avevo un lavoro, né una certezza di poterlo trovare, solo speranze. Non avevo un posto dove stare, per un mese ho vissuto in tenda in un campeggio, non avevo idea di come fare per trovare una stanza o un letto per dormire, avevo solo un computer con me e sapevo usare internet. Avevo mille euro, quello era il mio budget per riuscire a rifarmi una vita. Insomma, mi consideravo un immigrato vero.

Se provo oggi a paragonare la mia situazione di allora con gli immigrati che cercano di raggiungere l’Europa o gli Stati Uniti, vedo l’enorme differenza. Se io avessi fallito sarei tornato, sì con la coda fra le gambe ed un ego distrutto, ma sarei tornato in un luogo dove avevo una casa, circondato dagli affetti. Chi, oggi come ieri, cerca di immigrare, spesso non ha questo lusso. Fallire significa ritornare nella guerra o nell’oppressione politica o culturale.

Ma sento un’affinità con queste persone perché gli obiettivi sono gli stessi, migliorare la propria situazione, cambiare, provare a soddisfare i propri bisogni. Questi sentimenti primordiali ci uniscono, io non ho mai provato vergogna nel sentirmi un’immigrato, anzi, ne sentivo la forza primordiale, ero orgoglioso della forza e dell’energia necessaria per fare cambiamenti di tale portata.

Oggi, con lo scemare dalle emozioni di allora, mi rendo conto della stupitidà di tale paragone. Io non sono mai stato un immigrato, io sono sempre stato un immigrato con benefici, cioè un espatriato.

Per scrivere questo post ho controllato le definizioni di immigrato ed espatriato nella treccani. Li riporto qui per analizzarli:

  • immigrato agg. e s. m. (f. -a) [part. pass. di immigrare]. – Che, o chi, si è trasferito in un altro paese: operai i., famiglie i. nel Nord; in senso specifico, riferendosi ai soli spostamenti determinati da dislivelli nelle condizioni economiche dei varî paesi, chi si è stabilito temporaneamente o definitivamente per ragioni di lavoro in un territorio diverso da quello d’origine: i. regolari; i. irregolari (o clandestini), privi di permesso di soggiorno; i. stagionali, quelli che emigrano in un paese straniero sostandovi per brevi periodi, limitatamente alla durata del contratto lavorativo che li lega all’azienda che li ha richiesti.
  • emigrato agg. e s. m. (f. -a) [part. pass. di emigrare]. – Che o chi è espatriato, temporaneamente o definitivamente, per ragioni di lavoro: i connazionali e.; notizie dagli e.; le rimesse degli e., i risparmî che essi mandano alla famiglia di origine; e. politici, coloro che hanno lasciato la patria per ragioni politiche.

L’esaptriato è chiamato emigrato nella treccani, ma si può trovare una definizione di ‘expat’ come neologismo:

  • expat s. f. e m. inv. Chi si stabilisce temporaneamente o definitivamente all’estero per motivi di lavoro. ♦ Philip e Belinda Haas – lui regista, lei, la moglie, sceneggiatrice e montatrice di Una notte per decidere – in questa piccola tragedia tra “expat”, tra gli eleganti stranieri della comunità britannica e americana espatriata a Firenze negli anni del fascismo, scelgono da una parte il tono decorativo e mondano che questo bel mondo si porta sempre dietro, dall’altro sottolineano, anche grazie alla nevrotica interpretazione di Kristin Scott Thomas, la sua crisi di coscienza. (Irene Bignardi, Repubblica, 2 giugno 2000, p. 56, Spettacoli) • Ma il fenomeno più rilevante è proprio la proliferazione di scrittori inglesi e americani che hanno scelto l’Italia per le locations dei loro polizieschi. Molti degli scrittori in questione risiedono (o hanno abitato a lungo) in Italia, da cui l’altra etichetta data al sotto-genere, «Italian Expat Crime Fiction», dove expat (da expatriate) è il nome che si dà agli inglesi, e per estensione agli americani, che vivono all’estero. (Ranieri Polese, Corriere della sera, 26 luglio 2009, p. 25, Terza Pagina) • Cara Italia, ti scrivo. E ti snobbo. Nonostante tu abbia le città più belle al mondo, costellate di paesaggi e opere d’arte che fanno impallidire il resto del mondo. È questa la cartolina inviata al Belpaese dagli expat. Abbreviazione di expatriate, gli espatriati. Quelli che lasciano per un po’ o per sempre la nazione di cui hanno ancora in tasca il passaporto. (Marcello Calvo, Giornale d’Italia, 24 settembre 2015, p. 3, Attualità) • Ma quella che sembra la speranza dell’ala più euroscettica dei Tories è stata ridimensionata da Downing Street, secondo cui non è stata indicata una scadenza perchè il governo di Londra non intende prendere decisioni unilaterali prima che sia raggiunto un accordo con Bruxelles sul futuro dei cittadini Ue residenti nel Regno e gli ‘expat’ britannici che vivono nel continente. (Arena.it, 28 febbraio 2017, Mondo) • Nell’ultimo report della più grande comunità di expat – persone che vivono all’estero, letteralmente ‘espatriate’, con o senza la residenza – diffuso alla fine di novembre 2020, l’Italia è agli ultimi posti per attrattiva: su 66 città dell’Expat City Ranking 2020 – un indice sulla qualità della vita mescolando fattori come aree verdi, mobilità sostenibile, funzionamento strutture, presenza di aggregatori sociali ecc – Milano è al 63/mo e Roma addirittura 65/ma al penultimo posto. (Alessandra Magliaro, Ansa.it, 15 dicembre 2020, Lifestyle).
  • Voce ingl., scorciamento di expatriate (‘espatriato’).
  • Già attestato nel 1990, secondo Zingarelli 2021 e Nuovo Devoto-Oli 2020-21.

Seguendo la definizione dei dizionari davvero non si riesce a capire la differenza fra un expat e un immigrato. Questa cosa la devi vivere per capirla e io, nella mia esperienza, posso capirne una parte.

Ho letto un bell’articolo sulla questione (Expatica.com) in cui fanno un esempio calzante:

Un polacco che lavora come carpentiere nei Paesi Bassi non è un espatriato, ma suo fratello che lavora come analista finanziario a Hong Kong lo è

Non posso non ammettere che quando ho scoperto di essere un ‘expat’ e non un ‘immigrato’ ho tirato un sospiro di sollievo. Ho scoperto di essere ‘voluto’ dalla società dei Paesi Bassi. Ho un buon lavoro, pago moltissime tasse (italiani che pensate che le vostre tasse siano alte venite qui, vi sfido, venite qui cazzo!), spendo i miei soldi qui. Produco (vabbè, l’azienda è più US che olandese ma tant’è…) e contribuisco a far alzare il PIL olandese. La parola Expat mi dà dignità.

Dignità

Questa è la grande differenza che vedo, che sento nel profondo. Quando mi sentivo ‘immigrato’ mi sentivo in debito con il Paese che mi aveva ospitato. Mi sentivo sbagliato perché non parlavo la lingua e non capivo i costumi del posto, ero in una posizione di inferiorità e debito con la società che mi ospitava. E devo dire che nonostante, essendo Europeo, io abbia dei diritti ben chiari, talvolta ho subito piccole discriminazioni per il fatto di essere italiano. Per esempio la compagnia telefonica T-Mobile non accettava italiani fra i suoi abbonati con l’acquisto a rate di un telefono. Credo perché troppi italiani avevano truffato l’azienda comprando il telefono a rate e poi sparendo dai Paesi Bassi. Questa è una piccola discriminazione ma fù dolorosissima quando la subii. Posso solo provare ad immaginare cosa voglia dire essere discriminati per davvero.

Ora sono ‘Expat’, o perlomeno ora ne ho coscienza, ed il mio atteggiamento è cambiato. Essere un expat vuol dire semplicemente che ho ‘quattrini’. Non sono io ad aver bisogno del paese che mi ospita, è il paese che mi ospita che mi vuole. Ha bisogno di me. Ha bisogno di ciò che posso dare. Non mi cercava, non mi voleva, ma ora che la mia posizione lo dimostra, mi accetta e mi accoglie a braccia aperte. E poco importa che non parli la loro lingua o che ancora non riesca a sopportare il gusto del pollo con salsa di arachidi. Il mio lavoro mi rende diverso dagli altri immigrati. Il mio stipendio mi rende diverso. Pago uno stonfo di tasse ai Paesi Bassi (l’ho già detto? bene ripeterlo per i miei lettori italiani). Spendo un sacco, ho una bella casa comprata a degli Olandesi benestanti. Non chiedo soldi allo Stato, non ho bisogno del loro aiuto, non sono un peso o un problema per la società, al massimo posso essere uno ‘straniero’ interessante e curioso, da mostrare in società per dimostrare l’apertura mentale della società olandese che accetta e ingloba chiunque (abbia una buona posizione). Non c’è astio in questa mia riflessione, men che mai verso il Paese che mi ospita, solo una constatazione derivata dall’esperienza, personale e pertanto non generalistica.

Insomma, io mi sono comprato la mia dignità di Expat.

Io sono un expat, un immigrato con benefici. Vorrei continuare con urli ‘alla Meloni’ ma mi fermo qui.

Io, fortunatamente, sono un Expat.

Diverso, nuovo, peggiore

Voglio provare a fare un esercizio di scrittura. Negli anni ho provato molti esercizi di scrittura e li ho trovati quasi tutti un po’ banali. Sicuramente utili ma troppo didascalici perche’ impersonali.

Avendo perso la retina di un occhio ho la possibilita’ di descrivere una mia esperienza non unica ma rara. Almeno rara per persone della mia eta’. Dovrei essere nel fiore degli anni con i miei quasi quarantasei anni.

Credo che la maggior parte delle persone che si ritrovano con la retina distrutta in un occhio siano anziani, o perlomeno questo e’ quello che mi hanno fatto capire i dottori durante le visite.

“Che peccato, a quest’eta’ ” – era la frase che piu’ veniva ripetuta in diversi ambiti da diversi medici.

Pero’ ho anche saputo di altre persone che avevano perso la retina, molti per colpa dei famigerati botti di capodanno che dove vivo sono un rito talmente radicato da avere impatto sulla vita politica della nazione, altri per caso o sfortuna.

Uno di quei casi sfortunati e’ del padre di un mio caro amico che perse la retina da giovane durante il servizio militare. Avere un amico a fianco che poteva rassicurarmi su come suo padre avesse vissuto decenni con questo impedimento senza subire troppe limitazioni nella sua vita mi ha aiutato non poco nel trovare la forza di accettare questa nuova situazione.

Quindi forse un po’ per narcicismo, un po’ con la speranza di far qualcosa di utile a qualcuno, pur con la consapevolezza dovuta all’inadeguatezza della parola scritta che poco puo’ fare in confronto ad una immagine, provero’ a descrivere un poco della mia esperienza e della mia attuale situazione visiva.

Vedo in fronte a me il monitor del computer con cui sto scrivendo, sono in una stanza illuminata dal sole che passa attraverso le numerose tendine delle finestre. In Olanda alle 18 in estate c’e’ un sole (quando c’ e’ il sole) potente quanto il sole delle tre pomeridiane in Italia. Oggi e’ un poco nuvoloso quindi la luce non e’ accecante.

Il mio occhio sinistro, pur con i problemi derivanti da miopia, astigmatismo ed operazione laser sulla cornea, grazie a quella benedizione della tecnologia che sono gli occhiali, riesce a focalizzare abbastanza bene quello che sto scrivendo.

Un noioso errore dell’occhio destro mi ricorda che non ci vedo un cazzo da quella parte. E’ come essere dentro Matrix e capire che la realta’ percepita dalla parte destra del tuo corpo e’ corrotta. Non so come funziona neurologicamente ma credo che il mio cervello stia cercando di computare due immagini completamente diverse che sono proiettate allo stesso momento. L’ immagine chiara, limpida e comprensibile e’ la dominante, ma viene affiancata contemporaneamente da un’ immagine sfocata di luce ed ombra.

Questa e’ la visione che ho la maggior parte del tempo, quando tengo entrambi gli occhi aperti. Se poi aggiungiamo i problemi dell’ occhio sinistro che e’ lontano dall’essere perfetto, la maggior parte del tempo mi ritrovo a rielaborare costantemente immagini non immediatamente chiare. Beninteso, quasi nulla e’ cambiato nell’occhio sinistro ma essendo ormai l’unico strumento di decifrazione dell’ immagine le sue deficienze sono notevolmente aumentate. Fate conto di indossare occhiali da sole in cui una sola lente e’ crepata e offuscata. Fatto? Ora oscurate l’ altra lente.

Ecco, piu’ o meno ci siamo.

Ma guardiamo adesso attraverso l’ occhio rotto. Pur non avendo studiato ottica se non quel poco che si fa alle superiori, inizio a capire come funziona la retina ora che non ne ho piu’ una funzionante. Chiudo d’improvviso l’ occhio sinistro e vedo un velo di colore grigio indecifrabile piu’ chiaro in certi punti e piu’ scuro in altri, con varie graduazioni impercettibili finche’ il passaggio della luce non li rende ovvi.

Quando chiudo l’occhio sano la mia mente ricorda quello che osservavo, o che avevo stampato sulla retina funzionante, pertanto riesco ancora a decifrare cosa, le gradazioni di grigio e luce, significano. Ma anche uno schermo illuminato gigante diventa una flebile gradazione di luce e grigi. Gli spicchi di sole che passano attraverso le tende e le finestre diventano chiazze di luce sfocata. Se passo una mano, cosa che faccio spesso, fra la luce e l’ occhio percepisco l’ ombra generata dalla mia mano anche se il numero delle dita e’ impercettibile dalla vista ma solo dalla consapevolezza della mano. A volte, mentre cammino, mi diverto a chiudere l’occhio buono e a fare qualche passo cercando di ricordare cosa vedevo. E’ bello perche’ posso decidere io quando riaprire l’occhio che mi permette di vederci.

Talvolta la mia mente immagina che ci vedo meglio. Ma e’ una bugia. La retina e’ morta e sta decadendo pertanto semmai ci vedo peggio, ogni giorno la retina rileva meno luce del giorno prima.

Ma la mente, si sa, e’ una burlona.

E questo e’ tutto, la descrizione di cio’ che vedo, di cio’ che la mia mente elabora, senza filtri, in base alla mia capacita’ di descriverla.

L’ho scritta di getto e al momento ho deciso che non faro’ nessun tipo di editing, e non la rileggero’ prima di pubblicarla, lo faro’ sicuramente in un secondo momento ma con questo post volevo solamente buttar giu’ una descrizione grezza di quel che vedo ora.

UNA BELLA GIORNATA DI SEMILIBERTÀ

Franco poggiò i piedi nudi sul pavimento, indugiò qualche secondo, sorrise e si alzò dal letto. La sveglia segnava 6:59, la giornata più eccitante degli ultimi mesi era cominciata.

Si infilò subito nella doccia, un’azione che aveva ripetuto puntualmente per anni alla stessa ora ma che negli ultimi mesi era diventata erratica ed era uscita dalla sua routine.

Franco si vestì velocemente e scese in cucina per farsi un buon caffè, doppio. Quella era un’abitudine che nessuna pandemia avrebbe potuto modificare. 

Il telefono segnava le 7:30. Perfetto. Franco sorrise ancora.

L’appuntamento era alle 10:07, puntuale! L’email era stata molto chiara. A Franco piaceva essere puntuale, lo considerava un segno di rispetto, però l’email diceva anche  “non arrivare in anticipo!”. 

Questa cosa lo turbava un pochino, molto raramente aveva ritardato agli appuntamenti, soprattutto perche’ arrivava in anticipo.

Arrivare esattamente alle 10:07 era un’impresa difficile. Anche perché non era mai stato all’ufficio in questione. C’erano scale da fare? Altri uffici in cui passare? Ostacoli sconosciuti?

Sbuffò e scacciò i pensieri molesti, sarebbe arrivato in anticipo come sempre e avrebbe deciso il da farsi. Fini’ il caffè in un ultimo, lungo sorso e sorrise di nuovo con la bocca che sapeva di buon amaro. 

Franco andò verso il tavolo, apri’ la cartellina in cartoncino per l’ennesima volta, controllò che tutto fosse presente: 

le foto-tessera, fatte fare da un professionista che aveva un programma che poteva selezionare le dimensioni esatte delle foto per ogni tipo di documento di qualsiasi qualsiasi nazione del mondo. Perfetto.

Il modulo compilato, la mancanza di una croce nella sezione “stato civile” lo innervosiva un po’, ma aveva preso la penna con cui poter mettere la croce all’ultimo momento. Quasi perfetto. 

Un altro modulo giaceva sul fondo della cartellina, Franco si accigliò, non aveva compreso del tutto cosa scrivere nella seconda parte del modulo, se ne vergognava, -e’ colpa mia- si disse, -forse qualcuno mi aiuterà a capire-. Dubbio.

Franco era un ottimista. Credeva nel buon animo delle persone.

Quasi sempre.

Richiuse la cartellina con cura e la infilò nella borsa a tracolla. Indosso’ un giacchetto leggero, era quasi estate ma faceva fresco al mattino, mise le chiavi di casa nella tasca ed usci’.

Rientrò immediatamente.

-Stupido- pensò.

Tornò in cucina, apri’ il cassetto delle medicine e prese le mascherine. Tre. Una per l’andata, una per il ritorno ed una di riserva che non si sa mai. Gli elastici, talvolta, si rompono.

Infilò le mascherine nella borsa ed uscì di nuovo. L’aria era fresca ma non faceva freddo, qualche nuvola bianca e morbida macchiava il cielo azzurro, le piante dei giardini erano verdi e rigogliose. 

Franco sorrise.

Mentre si avviava verso la fermata dell’autobus vide il vicino che portava fuori il cane, gli fece un gran sorriso e fece un cenno con la testa, dopo qualche minuto era alla fermata.

7:48. Google map dava come orario di arrivo a destinazione le 9:15. Perfetto.

Franco sorrideva come un bambino alle persone che incrociava durante il viaggio, poco importava se la mascherina impediva agli sconosciuti di vedere il sorriso, gli occhi dicevano tutto. 

Per mesi Franco aveva frequentato solamente il supermercato locale e le viuzze intorno a casa sua durante le passeggiate giornaliere, ora stava andando in un’altra città, addirittura una città in cui non era mai stato. Avrebbe parlato con persone sconosciute. Quanto tempo era passato dall’ultima volta? Franco non sapeva bene quanto ma gli sembrava un bel po’.

Anche le campagne e l’architettura noiosa di quelle parti del mondo gli sembravano nuove e meravigliose mentre osservava il paesaggio che scorreva velocemente dal finestrino del treno.

Arrivò davanti all’ufficio alle 8:40, evidentemente aveva preso il treno in anticipo. Mentre osservava attentamente la placca in simil-oro che confermava la giusta destinazione, un signore dall’aspetto giovanile, con capelli folti e riccioluti, gli passò accanto e suonò il campanello. 

Franco gli sorrise.

L’uomo dall’aspetto serio lo guardò per un secondo da dietro i suoi occhiali fini ed entrò.

Franco non era riuscito a capire bene dove fosse esattamente l’ufficio in cui si sarebbe dovuto presentare esattamente alle 10.07, ma ne aveva scoperto e confermato l’ingresso. 

Il sole stava cominciando a scaldare l’aria della mattina e decise di fare una bella passeggiata per questa nuova città sconosciuta. 

Era il momento della giornata in cui caffè e negozi fanno le pulizie del mattino, poco prima di aprire. Franco entrò in un caffe’ ed acquistò un’orribile bicchierone di cartone contenente un liquido nero che in quelle zone del mondo chiamavano caffe’, piu’ per il desiderio di contatto umano che per gusto. Ma la signora dietro al bancone sembrava molto indaffarata per cui non indugiò troppo.

Franco tornò all’ingresso dell’ufficio, vergognandosi solo un poco per aver gettato tre quarti abbondanti del contenuto del bicchiere in un tombino.

Erano le 10:04. Decise di suonare il campanello.

<<Si?>>

<<Ho un appuntamento per un documento alle 10:07>>

Click.

Il portone si aprì, Franco entrò e si trovò in una stanza con un nastro trasportatore, di quelli in uso negli aeroporti, sul quale avrebbe dovuto mettere la borsa. Accanto al nastro c’era una porta metal detector.

La guardia che si trovava dall’altra parte della porta gli fece un cenno e Franco passò.

Beep.

-Sciocco- penso’, aveva il cellulare in tasca. Lo mostrò alla guardia, una signora di mezza età con capelli corti e rossi, dall’aria semi addormentata.

<<Va bene, passi pure>>, ed indicò una porta laterale.

Franco sorrise amabilmente alla guardia da sotto la mascherina ed entrò. Si ritrovò in una stanza asettica, con alcune sedie economiche fatte in plastica e metallo, ben distanziate l’una dall’altra. Un lato della stanza era occupato da cinque sportelli, tre dei quali erano occupati.

Franco diede una veloce occhiata al telefono. 10:06.

Nessuno sembrava aver notato che era arrivato in anticipo. Si sedette su una sedia, si mise la borsa in braccio e analizzò gli sportelli. 

Quello alla sua destra era lo sportello che cercava: Passaporti.

Franco sorrise da dietro la mascherina.

Notò che l’impiegato allo sportello passaporti era la stessa persona che aveva incrociato alle 8:40 all’ingresso dell’ufficio. -Bene- penso’, sembra una persona giovanile e sveglia, il timore di dover fare i conti con uno di quei vecchi impiegati pregni di burocrazia asfissiante si dissipò in un istante.

Franco pensò che i pregiudizi erano una brutta bestia.

Allo sportello passaporti una giovane madre incinta e con un bambino al seguito si stava lamentando.

<<E come faccio adesso, ho bisogno del passaporto per il bambino>>

<<Signora, e’ scritto molto chiaramente nella comunicazione che avrebbe dovuto fare il cambio di residenza prima di richiedere il passaporto. Ha letto la comunicazione? Eh? L’ha letta?>> l’impiegato disse ad alta voce.

Franco li osservava, -Ha ragione, infatti io il cambio di residenza l’ho fatto mesi fa. Era scritto ripetutamente sul sito e nelle emails.- Ciononostante la situazione turbò il suo stato d’animo.

<<E come faccio adesso? Noi dobbiamo partire fra una settimana!>>

<<Signora, lei non ha fatto quel che doveva fare, non posso mica risolvergli io i suoi problemi, torni quando ha fatto il cambio di residenza, le regole sono regole, siamo precisi qui, lei evidentemente ha sbagliato>>

<<Lei mi sta facendo sentir male, lo vede che sono incinta? Mi sento svenire…ora chiamo mio marito>> la signora disse, mentre prendeva il telefono dalla borsa ondeggiando lievemente verso il muro.

<<E la smetta di dare la colpa a me, e’ colpa sua se non ha seguito le procedure!>> 

Franco osservò la scena con sconforto -Perché?- si domandò. Improvvisamente quella croce mancante nel suo modulo divenne fonte di ansia profonda. Apri’ la borsa e tirò fuori la penna, indeciso se mettere la X o no prima che fosse arrivato il suo turno.

Franco guardò l’ora: 10:11.

Franco era serio sotto la mascherina che gli copriva la bocca.

Nel frattempo la signora incinta aveva telefonato al marito, un supervisore era apparso allo sportello passaporti e la discussione sembrava essersi calmata, l’impiegato non si vedeva piu’. 

Passò ancora qualche minuto dopodichè la signora raccolse i suoi fogli, prese il bambino e si avviò verso l’uscita con un’espressione stanca ed irritata.

Allo sportello dei passaporti tornò l’impiegato che subito chiamò Franco. Toccava a lui. Guardò l’ora, 10:17.

Franco si alzò penna in mano, pronto a tutto. Trasudava gentilezza.

<<Salve, sono qui per rinnovare il passaporto e…ehm…se non le dispiace avrei anche una domanda da fare>> con gesto fluido estrasse la documentazione richiesta dalla borsa e mostrò un modulo compilato all’impiegato, che sembrava essersi ripreso dal battibecco e accennava un sorriso da dietro il vetro dello sportello.

<<Che cosa?>>

<<Ecco guardi, qui, a stato civile, io sono sposato ma mi sono sposato in questo paese e non ho ancora registrato il matrimonio in Italia>> con la penna stava indicando la sezione del modulo. 

<<Ma lei doveva registrare il matrimonio entro tre mesi!>> l’accenno di sorriso sparì dal volto dell’uomo.

<<Capisco. Mi dispiace, non lo sapevo. Colpa mia. Ho intenzione di rimediare al piu’ presto appena avrò fatto il passaporto. Metto celibe o sposato?>> 

<<Se e’ sposato metta sposato, suvvia!>>

<<Ecco fatto>> Franco mise una croce su sposato e si vergognò per non aver capito l’ovvio.

Fece scivolare il modulo e le due foto-tessera nell’apposito comparto ed aspettò impassible.

Notò la targhetta con il nome dell’impiegato: Luigi Bianchi.

Luigi Bianchi.

Luigi controllò il modulo più volte e poi passò alle foto-tessera.

<<Queste foto sono molto piccole>> disse accigliandosi e facendo una smorfia con la bocca fine.

<<Guardi, sono andato apposta da un professionista che ha un programma con tutte le dimensioni standard di tutti i documenti esistenti per tutte le nazioni del mondo>> Franco si senti’ preparato.

<<Eh, ma vede, a volte a essere troppo precisi si sbaglia, vede che qui i margini non ci sono, ora le verra’ una riga nera. Bisogna sempre lasciare i margini!>> Luigi armeggiò con le foto.

Franco rimase in silenzio. Non sorrideva dietro la mascherina.

<<Colpa sua se ora avra’ una riga come margine, la prossima volta sia meno preciso>> una macchia nera passò improvvisamente sugli occhi di Franco.

Luigi passò il modulo dentro una macchina e cominciò a stampare il passaporto.

La macchina si bloccò e fece un lungo fischio mentre una spia rossa si accese. Luigi cominciò ad armeggiare con la macchina, poi si voltò verso Franco, gli occhi duri.

<<La macchina si e’ bloccata, non so cosa sia successo, e’ tutto bloccato>>.

Franco addolcì lo sguardo e disse <<Guardi, non si preoccupi, non ho fretta, aspetto quello che c’e’ da aspettare>> Era vero, si era preso un giorno intero di ferie da lavoro per godersi quella giornata di quasi libertà senza fretta.

<<Eh! Ma noi abbiamo fretta eh! Noi dobbiamo lavorare, mica siam qui a perder tempo. Lei non ha fretta ma io si! Ah, guardi, si accomodi pure che devo trovare il modo di sistemare la macchina.>>

Franco lancio’ uno sguardo fulminante a Luigi, ma duro’ un attimo, prese la borsa e la cartellina e si allontanò senza una parola.

Franco si sedette su di una sedia accanto ad una piccola scrivania, per non occupare le sedie che sembravano essere poste in linee per l’attesa. Adocchio’ la stanza, oltre a lui c’erano due persone agli sportelli che parlavano sommessamente con gli impiegati.

Franco osservo’ il muro dove la scrivania era appoggiata, sembrava essere una bacheca ma era così piena di cartellini, foglietti, stampati, fotocopie e posters, che se davvero c’era una bacheca lì sotto quel mare di carta, era stata sommersa già da tempo. Tiro’ fuori il telefono, erano le 10:29, mandò un messaggio e si mise a leggere le notizie del giorno.

<<E’ vietato usare il telefono in questo ufficio, non lo vede il cartello?>> Luigi gli urlò da dietro lo sportello. 

 Franco alzò subito lo sguardo alla ricerca del cartello. Non lo vide. 

<<Mi scusi, non vedo il cartello>> disse con tono colpevole.

<<E’ li’, da qualche parte, non usi il telefono>>.

Franco mise il telefono in borsa ed aspettò.

Franco aveva la bocca secca e gli occhi umidi.

Passarono ancora una decina di minuti, poi Luigi chiamò il nome di Franco da dietro lo sportello.

 <<Ecco, tutto sistemato, ora possiamo finire, il passaporto e’ pronto, ora la devo riconoscere, prego rimuova la mascherina>>

Franco rimosse la mascherina.

<<Ma scusi, lei cosa ci faceva cosi’ presto questa mattina davanti all’ufficio? Perché e’ arrivato cosi’ presto?>>

Franco rimise velocemente la mascherina con gesto esperto, lascio’ la tracolla della borsa e diede un colpo tremendo al vetro antiproiettile dello sportello con il palmo della mano destro.

Il vetro si frantumò in mille pezzi che volarono oltre lo sportello, sfiorando Luigi per millimetri.

Con un rapido balzo Franco oltrepasso’ il bancone e colpi’ Luigi con un frontino possente, dato con la mano sinistra.

Luigi volo’ dalla sedia ed atterro’ di schiena sul pavimento con un tonfo, gli occhi sbarrati.

In un lampo Franco gli fu sopra.

Manrovescio di nocche.

<<Devi fare solamente una cosa! Una. Sola. Cazzo. Di cosa! Sei al pubblico, devi fare solamente una cosa!>>

Schiaffone a mano aperta di sinistro. 

<<Hai un lavoro che potrebbe fare una fotocopiatrice! L’unica cazzo di cosa che devi fare e’ essere gentile!>>

Doppio schiaffone sulle guance.

<<Potresti essere rimpiazzato domani da un robot ed i cittadini che vengono qui verrebbero trattati con più umanità ed empatia! Sei un coglione!>>

Un altro manrovescio.

Gli occhi di Luigi lacrimavano.

<<Ma…ma…>>

<<Niente ma imbecille! Ci provi gusto a rovinare le giornate delle persone? Chi cazzo ti ha messo al pubblico, tuo padre? Tuo nonno? Chi cazzo ti ha raccomandato?>>

Gli altri impiegati dell’ufficio correvano come formiche impazzite, una sirena stava suonando e Franco continuava a schiaffeggiare Luigi con lussurioso odio.

<<Avete tutto il potere perché non dovete rendere conto ai cittadini vero? Tu poi sei uno stronzo senza speranza con l’empatia di avvoltoio, mi fai schifo!>>

Altro manrovescio, altro schiaffone. Luigi ora piangeva.

<<Ma io…ma io…>>

La porta alle spalle di Franco si richiuse con un click.

Franco guardo’ Luigi e disse:

<<Sa, sono arrivato un po’ prima per non rischiare di essere in ritardo>>.

Franco lesse ancora il nome sul cartellino, Luigi Bianchi.

<<Prego, paghi il dovuto e abbiamo finito>>.

Il treno correva e Franco sedeva rannicchiato su di una poltroncina sporca, l’odore di muffa umida passava attraverso la mascherina che aveva sulla bocca e sul naso. Stringeva inconsciamente la borsa.

Stava leggendo l’email di risposta che aveva ricevuto due mesi fa. Una volta compilato il modulo e fatta la copia di un documento valido, il passaporto, avrebbe spedito il tutto all’indirizzo indicato dall’impiegato nella email, quella stessa email che aveva ricevuto due mesi orsono:

“Gentile signore,

Si conferma che il documento è corretto e che la documentazione può essere inviata esclusivamente per posta. Gestiro’ personalmente la pratica.

Cordiali saluti / Kind regards

Luigi Bianchi

Ufficio Stato civile e Passaporti”

Ora che ho perso la vista ci vedo di più?

Ho sentito questa frase, senza l’interrogativo, decine di anni fa al cinema o forse in videocassetta. Poi la sentii ancora in una canzone dei Dream Theater, inattesa frase in italiano per un gruppo che canta in inglese. La canzone poi era un capolavoro, il che aiuta non poco a farla rimanere impressa nella memoria.

Cosa non potevo sapere è che perdere completamente la vista sarebbe stato un rischio concreto nel mio futuro.

Sempre stato miope, fin da piccolo, ho anche fatto chirurgia laser per migliorare la mia miopia, ma non mi sarei mai aspettato di perdere la vista da un occhio da un momento all’altro, così, di botto.

Retina staccata nell’occhio destro, operazione d’urgenza per provare a salvarla ma no, troppo tardi. Retina troppo fine, era gia’ staccata da tempo, non si é più ripresa. L’occhio é sempre li ma sta messo male, lo apro poco, pieno di olio siliconato che dovrebbe evitare che l’occhio si rimpicciolisca ma che si sta già infiltrando nei tessuti dello stesso.

Un paio di settimane fa ho ricevuto la situazione clinica dell’occhio in cui alla fine si legge “possible evisceration”. Nel senso che c’é rischio di dover rimuovere l’occhio perché inizierà ad essere doloroso.

<<Fra quanto dottore?>>

<<Potrebbe essere fra un mese così come fra venti anni.>>

Grazie mille dottore, la mia ansia gestirà l’informazione con il massimo riserbo.

Spero almeno che ai miei nipoti piacerà avere uno zio Pirata. O zio Guercio.

Nonostante questa ultima informazione sia recente, ho perso la vista all’occhio nel 2019, penso (spero) di aver recuperato mentalmente un pò di energia, il fatto che io sia qui a scriverne mi fa sperare bene.

Ma tornado alla frase del titolo, fortunatamente ancora non ho perso la vista. Purtroppo la diagnosi dell’occhio sinistro non é rassicurante, la retina é molto fine anche in quell’occhio e ci sono buone probabilità che anche quello mi lasci prima o poi.

Questa cosa di perdere la vista, completamente, mi ha obbligato a fare il punto della situazione della mia vita. Se ricalcoliamo la mezza vita dei tempi danteschi al giorno d’oggi direi che più o meno ci sono. Sono nel mezzo del cammin di nostra vita.

Ho fatto e visto tante cose, ma se un giorno non lontano dovessi perdere la vista completamente mi ritroverei sperduto. Lontano dagli amici, con un lavoro che probabilmente non potrei più fare e con la maggior parte delle mie passioni negate. In più, e non me ne vogliano gli ipovedenti, mi sentirei un peso per la mia compagna e la mia famiglia.

Però questa situazione mi ha dato modo di riflettere a fondo sulla mia condizione attuale e su quello che voglio e che spero di lasciare un giorno. Ho sempre avuto un desiderio, un bisogno intrinseco che non sono mai riuscito a sfogare completamente se non in modo erratico. Il bisogno di scrivere storie.

Chiunque può scrivere, in pochi sanno scrivere, ancor meno sono gli eletti che posso sostenersi con la sola scrittura. Io faccio parte del primo gruppo con speranze di muovermi nel secondo. Il terzo gruppo é, al momento, irraggiungibile.

Perdere parzialmente la vista mi ha fatto decidere che io voglio scrivere.

Voglio scrivere.

Voglio raccontare le storie che per anni mi hanno fatto compagnia e che alle quali non ho mai dato la dignità che richiedono.

Scriverò perché è un’attività che mi fa stare bene, scriverò perché forse un domani non troppo lontano potrebbe diventare un lusso, anche se la tecnologia, spero, mi aiuterà. Scriverò perché i traumi aiutano a capire l’importanza delle cose.

Ora che ho perso la vista parzialmente, posso intravedere una strada che non avrei mai percorso prima.