UNA BELLA GIORNATA DI SEMILIBERTÀ

Franco poggiò i piedi nudi sul pavimento, indugiò qualche secondo, sorrise e si alzò dal letto. La sveglia segnava 6:59, la giornata più eccitante degli ultimi mesi era cominciata.

Si infilò subito nella doccia, un’azione che aveva ripetuto puntualmente per anni alla stessa ora ma che negli ultimi mesi era diventata erratica ed era uscita dalla sua routine.

Franco si vestì velocemente e scese in cucina per farsi un buon caffè, doppio. Quella era un’abitudine che nessuna pandemia avrebbe potuto modificare. 

Il telefono segnava le 7:30. Perfetto. Franco sorrise ancora.

L’appuntamento era alle 10:07, puntuale! L’email era stata molto chiara. A Franco piaceva essere puntuale, lo considerava un segno di rispetto, però l’email diceva anche  “non arrivare in anticipo!”. 

Questa cosa lo turbava un pochino, molto raramente aveva ritardato agli appuntamenti, soprattutto perche’ arrivava in anticipo.

Arrivare esattamente alle 10:07 era un’impresa difficile. Anche perché non era mai stato all’ufficio in questione. C’erano scale da fare? Altri uffici in cui passare? Ostacoli sconosciuti?

Sbuffò e scacciò i pensieri molesti, sarebbe arrivato in anticipo come sempre e avrebbe deciso il da farsi. Fini’ il caffè in un ultimo, lungo sorso e sorrise di nuovo con la bocca che sapeva di buon amaro. 

Franco andò verso il tavolo, apri’ la cartellina in cartoncino per l’ennesima volta, controllò che tutto fosse presente: 

le foto-tessera, fatte fare da un professionista che aveva un programma che poteva selezionare le dimensioni esatte delle foto per ogni tipo di documento di qualsiasi qualsiasi nazione del mondo. Perfetto.

Il modulo compilato, la mancanza di una croce nella sezione “stato civile” lo innervosiva un po’, ma aveva preso la penna con cui poter mettere la croce all’ultimo momento. Quasi perfetto. 

Un altro modulo giaceva sul fondo della cartellina, Franco si accigliò, non aveva compreso del tutto cosa scrivere nella seconda parte del modulo, se ne vergognava, -e’ colpa mia- si disse, -forse qualcuno mi aiuterà a capire-. Dubbio.

Franco era un ottimista. Credeva nel buon animo delle persone.

Quasi sempre.

Richiuse la cartellina con cura e la infilò nella borsa a tracolla. Indosso’ un giacchetto leggero, era quasi estate ma faceva fresco al mattino, mise le chiavi di casa nella tasca ed usci’.

Rientrò immediatamente.

-Stupido- pensò.

Tornò in cucina, apri’ il cassetto delle medicine e prese le mascherine. Tre. Una per l’andata, una per il ritorno ed una di riserva che non si sa mai. Gli elastici, talvolta, si rompono.

Infilò le mascherine nella borsa ed uscì di nuovo. L’aria era fresca ma non faceva freddo, qualche nuvola bianca e morbida macchiava il cielo azzurro, le piante dei giardini erano verdi e rigogliose. 

Franco sorrise.

Mentre si avviava verso la fermata dell’autobus vide il vicino che portava fuori il cane, gli fece un gran sorriso e fece un cenno con la testa, dopo qualche minuto era alla fermata.

7:48. Google map dava come orario di arrivo a destinazione le 9:15. Perfetto.

Franco sorrideva come un bambino alle persone che incrociava durante il viaggio, poco importava se la mascherina impediva agli sconosciuti di vedere il sorriso, gli occhi dicevano tutto. 

Per mesi Franco aveva frequentato solamente il supermercato locale e le viuzze intorno a casa sua durante le passeggiate giornaliere, ora stava andando in un’altra città, addirittura una città in cui non era mai stato. Avrebbe parlato con persone sconosciute. Quanto tempo era passato dall’ultima volta? Franco non sapeva bene quanto ma gli sembrava un bel po’.

Anche le campagne e l’architettura noiosa di quelle parti del mondo gli sembravano nuove e meravigliose mentre osservava il paesaggio che scorreva velocemente dal finestrino del treno.

Arrivò davanti all’ufficio alle 8:40, evidentemente aveva preso il treno in anticipo. Mentre osservava attentamente la placca in simil-oro che confermava la giusta destinazione, un signore dall’aspetto giovanile, con capelli folti e riccioluti, gli passò accanto e suonò il campanello. 

Franco gli sorrise.

L’uomo dall’aspetto serio lo guardò per un secondo da dietro i suoi occhiali fini ed entrò.

Franco non era riuscito a capire bene dove fosse esattamente l’ufficio in cui si sarebbe dovuto presentare esattamente alle 10.07, ma ne aveva scoperto e confermato l’ingresso. 

Il sole stava cominciando a scaldare l’aria della mattina e decise di fare una bella passeggiata per questa nuova città sconosciuta. 

Era il momento della giornata in cui caffè e negozi fanno le pulizie del mattino, poco prima di aprire. Franco entrò in un caffe’ ed acquistò un’orribile bicchierone di cartone contenente un liquido nero che in quelle zone del mondo chiamavano caffe’, piu’ per il desiderio di contatto umano che per gusto. Ma la signora dietro al bancone sembrava molto indaffarata per cui non indugiò troppo.

Franco tornò all’ingresso dell’ufficio, vergognandosi solo un poco per aver gettato tre quarti abbondanti del contenuto del bicchiere in un tombino.

Erano le 10:04. Decise di suonare il campanello.

<<Si?>>

<<Ho un appuntamento per un documento alle 10:07>>

Click.

Il portone si aprì, Franco entrò e si trovò in una stanza con un nastro trasportatore, di quelli in uso negli aeroporti, sul quale avrebbe dovuto mettere la borsa. Accanto al nastro c’era una porta metal detector.

La guardia che si trovava dall’altra parte della porta gli fece un cenno e Franco passò.

Beep.

-Sciocco- penso’, aveva il cellulare in tasca. Lo mostrò alla guardia, una signora di mezza età con capelli corti e rossi, dall’aria semi addormentata.

<<Va bene, passi pure>>, ed indicò una porta laterale.

Franco sorrise amabilmente alla guardia da sotto la mascherina ed entrò. Si ritrovò in una stanza asettica, con alcune sedie economiche fatte in plastica e metallo, ben distanziate l’una dall’altra. Un lato della stanza era occupato da cinque sportelli, tre dei quali erano occupati.

Franco diede una veloce occhiata al telefono. 10:06.

Nessuno sembrava aver notato che era arrivato in anticipo. Si sedette su una sedia, si mise la borsa in braccio e analizzò gli sportelli. 

Quello alla sua destra era lo sportello che cercava: Passaporti.

Franco sorrise da dietro la mascherina.

Notò che l’impiegato allo sportello passaporti era la stessa persona che aveva incrociato alle 8:40 all’ingresso dell’ufficio. -Bene- penso’, sembra una persona giovanile e sveglia, il timore di dover fare i conti con uno di quei vecchi impiegati pregni di burocrazia asfissiante si dissipò in un istante.

Franco pensò che i pregiudizi erano una brutta bestia.

Allo sportello passaporti una giovane madre incinta e con un bambino al seguito si stava lamentando.

<<E come faccio adesso, ho bisogno del passaporto per il bambino>>

<<Signora, e’ scritto molto chiaramente nella comunicazione che avrebbe dovuto fare il cambio di residenza prima di richiedere il passaporto. Ha letto la comunicazione? Eh? L’ha letta?>> l’impiegato disse ad alta voce.

Franco li osservava, -Ha ragione, infatti io il cambio di residenza l’ho fatto mesi fa. Era scritto ripetutamente sul sito e nelle emails.- Ciononostante la situazione turbò il suo stato d’animo.

<<E come faccio adesso? Noi dobbiamo partire fra una settimana!>>

<<Signora, lei non ha fatto quel che doveva fare, non posso mica risolvergli io i suoi problemi, torni quando ha fatto il cambio di residenza, le regole sono regole, siamo precisi qui, lei evidentemente ha sbagliato>>

<<Lei mi sta facendo sentir male, lo vede che sono incinta? Mi sento svenire…ora chiamo mio marito>> la signora disse, mentre prendeva il telefono dalla borsa ondeggiando lievemente verso il muro.

<<E la smetta di dare la colpa a me, e’ colpa sua se non ha seguito le procedure!>> 

Franco osservò la scena con sconforto -Perché?- si domandò. Improvvisamente quella croce mancante nel suo modulo divenne fonte di ansia profonda. Apri’ la borsa e tirò fuori la penna, indeciso se mettere la X o no prima che fosse arrivato il suo turno.

Franco guardò l’ora: 10:11.

Franco era serio sotto la mascherina che gli copriva la bocca.

Nel frattempo la signora incinta aveva telefonato al marito, un supervisore era apparso allo sportello passaporti e la discussione sembrava essersi calmata, l’impiegato non si vedeva piu’. 

Passò ancora qualche minuto dopodichè la signora raccolse i suoi fogli, prese il bambino e si avviò verso l’uscita con un’espressione stanca ed irritata.

Allo sportello dei passaporti tornò l’impiegato che subito chiamò Franco. Toccava a lui. Guardò l’ora, 10:17.

Franco si alzò penna in mano, pronto a tutto. Trasudava gentilezza.

<<Salve, sono qui per rinnovare il passaporto e…ehm…se non le dispiace avrei anche una domanda da fare>> con gesto fluido estrasse la documentazione richiesta dalla borsa e mostrò un modulo compilato all’impiegato, che sembrava essersi ripreso dal battibecco e accennava un sorriso da dietro il vetro dello sportello.

<<Che cosa?>>

<<Ecco guardi, qui, a stato civile, io sono sposato ma mi sono sposato in questo paese e non ho ancora registrato il matrimonio in Italia>> con la penna stava indicando la sezione del modulo. 

<<Ma lei doveva registrare il matrimonio entro tre mesi!>> l’accenno di sorriso sparì dal volto dell’uomo.

<<Capisco. Mi dispiace, non lo sapevo. Colpa mia. Ho intenzione di rimediare al piu’ presto appena avrò fatto il passaporto. Metto celibe o sposato?>> 

<<Se e’ sposato metta sposato, suvvia!>>

<<Ecco fatto>> Franco mise una croce su sposato e si vergognò per non aver capito l’ovvio.

Fece scivolare il modulo e le due foto-tessera nell’apposito comparto ed aspettò impassible.

Notò la targhetta con il nome dell’impiegato: Luigi Bianchi.

Luigi Bianchi.

Luigi controllò il modulo più volte e poi passò alle foto-tessera.

<<Queste foto sono molto piccole>> disse accigliandosi e facendo una smorfia con la bocca fine.

<<Guardi, sono andato apposta da un professionista che ha un programma con tutte le dimensioni standard di tutti i documenti esistenti per tutte le nazioni del mondo>> Franco si senti’ preparato.

<<Eh, ma vede, a volte a essere troppo precisi si sbaglia, vede che qui i margini non ci sono, ora le verra’ una riga nera. Bisogna sempre lasciare i margini!>> Luigi armeggiò con le foto.

Franco rimase in silenzio. Non sorrideva dietro la mascherina.

<<Colpa sua se ora avra’ una riga come margine, la prossima volta sia meno preciso>> una macchia nera passò improvvisamente sugli occhi di Franco.

Luigi passò il modulo dentro una macchina e cominciò a stampare il passaporto.

La macchina si bloccò e fece un lungo fischio mentre una spia rossa si accese. Luigi cominciò ad armeggiare con la macchina, poi si voltò verso Franco, gli occhi duri.

<<La macchina si e’ bloccata, non so cosa sia successo, e’ tutto bloccato>>.

Franco addolcì lo sguardo e disse <<Guardi, non si preoccupi, non ho fretta, aspetto quello che c’e’ da aspettare>> Era vero, si era preso un giorno intero di ferie da lavoro per godersi quella giornata di quasi libertà senza fretta.

<<Eh! Ma noi abbiamo fretta eh! Noi dobbiamo lavorare, mica siam qui a perder tempo. Lei non ha fretta ma io si! Ah, guardi, si accomodi pure che devo trovare il modo di sistemare la macchina.>>

Franco lancio’ uno sguardo fulminante a Luigi, ma duro’ un attimo, prese la borsa e la cartellina e si allontanò senza una parola.

Franco si sedette su di una sedia accanto ad una piccola scrivania, per non occupare le sedie che sembravano essere poste in linee per l’attesa. Adocchio’ la stanza, oltre a lui c’erano due persone agli sportelli che parlavano sommessamente con gli impiegati.

Franco osservo’ il muro dove la scrivania era appoggiata, sembrava essere una bacheca ma era così piena di cartellini, foglietti, stampati, fotocopie e posters, che se davvero c’era una bacheca lì sotto quel mare di carta, era stata sommersa già da tempo. Tiro’ fuori il telefono, erano le 10:29, mandò un messaggio e si mise a leggere le notizie del giorno.

<<E’ vietato usare il telefono in questo ufficio, non lo vede il cartello?>> Luigi gli urlò da dietro lo sportello. 

 Franco alzò subito lo sguardo alla ricerca del cartello. Non lo vide. 

<<Mi scusi, non vedo il cartello>> disse con tono colpevole.

<<E’ li’, da qualche parte, non usi il telefono>>.

Franco mise il telefono in borsa ed aspettò.

Franco aveva la bocca secca e gli occhi umidi.

Passarono ancora una decina di minuti, poi Luigi chiamò il nome di Franco da dietro lo sportello.

 <<Ecco, tutto sistemato, ora possiamo finire, il passaporto e’ pronto, ora la devo riconoscere, prego rimuova la mascherina>>

Franco rimosse la mascherina.

<<Ma scusi, lei cosa ci faceva cosi’ presto questa mattina davanti all’ufficio? Perché e’ arrivato cosi’ presto?>>

Franco rimise velocemente la mascherina con gesto esperto, lascio’ la tracolla della borsa e diede un colpo tremendo al vetro antiproiettile dello sportello con il palmo della mano destro.

Il vetro si frantumò in mille pezzi che volarono oltre lo sportello, sfiorando Luigi per millimetri.

Con un rapido balzo Franco oltrepasso’ il bancone e colpi’ Luigi con un frontino possente, dato con la mano sinistra.

Luigi volo’ dalla sedia ed atterro’ di schiena sul pavimento con un tonfo, gli occhi sbarrati.

In un lampo Franco gli fu sopra.

Manrovescio di nocche.

<<Devi fare solamente una cosa! Una. Sola. Cazzo. Di cosa! Sei al pubblico, devi fare solamente una cosa!>>

Schiaffone a mano aperta di sinistro. 

<<Hai un lavoro che potrebbe fare una fotocopiatrice! L’unica cazzo di cosa che devi fare e’ essere gentile!>>

Doppio schiaffone sulle guance.

<<Potresti essere rimpiazzato domani da un robot ed i cittadini che vengono qui verrebbero trattati con più umanità ed empatia! Sei un coglione!>>

Un altro manrovescio.

Gli occhi di Luigi lacrimavano.

<<Ma…ma…>>

<<Niente ma imbecille! Ci provi gusto a rovinare le giornate delle persone? Chi cazzo ti ha messo al pubblico, tuo padre? Tuo nonno? Chi cazzo ti ha raccomandato?>>

Gli altri impiegati dell’ufficio correvano come formiche impazzite, una sirena stava suonando e Franco continuava a schiaffeggiare Luigi con lussurioso odio.

<<Avete tutto il potere perché non dovete rendere conto ai cittadini vero? Tu poi sei uno stronzo senza speranza con l’empatia di avvoltoio, mi fai schifo!>>

Altro manrovescio, altro schiaffone. Luigi ora piangeva.

<<Ma io…ma io…>>

La porta alle spalle di Franco si richiuse con un click.

Franco guardo’ Luigi e disse:

<<Sa, sono arrivato un po’ prima per non rischiare di essere in ritardo>>.

Franco lesse ancora il nome sul cartellino, Luigi Bianchi.

<<Prego, paghi il dovuto e abbiamo finito>>.

Il treno correva e Franco sedeva rannicchiato su di una poltroncina sporca, l’odore di muffa umida passava attraverso la mascherina che aveva sulla bocca e sul naso. Stringeva inconsciamente la borsa.

Stava leggendo l’email di risposta che aveva ricevuto due mesi fa. Una volta compilato il modulo e fatta la copia di un documento valido, il passaporto, avrebbe spedito il tutto all’indirizzo indicato dall’impiegato nella email, quella stessa email che aveva ricevuto due mesi orsono:

“Gentile signore,

Si conferma che il documento è corretto e che la documentazione può essere inviata esclusivamente per posta. Gestiro’ personalmente la pratica.

Cordiali saluti / Kind regards

Luigi Bianchi

Ufficio Stato civile e Passaporti”